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La polizia di Lugano lancia una campagna di sensibilizzazione contro l’accattonaggio

Scritto da Corriere del Ticino - John Robbiani on .

La polizia di Lugano ha deciso di dare un giro di vite al fenomeno dell’accattonaggio e di farlo non solo sotto la spinta dalla «teoria delle finestre rotte» (il principio secondo cui la repressione dei piccoli reati urbani contribuisce a creare un clima di ordine e legalità che riduce il rischio di crimini più gravi) ma, soprattutto, facendo leva su questioni etiche.
Già perché, come sostenuto dal capodivisione Michele Bertini e dal comandante Roberto Torrente , dietro ai mendicanti si nascondono spesso organizzazioni criminali che costringono queste persone (per il 90% sono di nazionalità rumena) in uno stato di schiavitù, o semischiavitù, e che a fine giornata s’intascano quanto raccolto. «I due franchi che donate – ha per esempio sottolineato Bertini – vanno ad alimentare attività criminali che poi si ripercuotono sui cittadini». Organizzazioni che sfruttano le fasce più deboli: giovani, donne, disabili e – sempre più spesso – bambini. «Abbiamo constatato un aumento del 50% di minori intenti all’accattonaggio» ha per esempio confermato Torrente».
Più potere ai Municipi
La polizia ha così come detto deciso di promuovere una campagna che, a ben guardare, è più impegnata alla sensibilizzazione che alla repressione. È comunque necessaria una premessa: a partire dal primo luglio (e questo anche su spinta della polizia e del Municipio di Lugano) la competenza sanzionatoria nei casi di accattonaggio passerà dal Ministero pubblico ai vari Municipi e questo chiaramente per «sgravare» i magistrati. «Lo scorso anno – ha fatto sapere Bertini – in città abbiamo constatato la presenza di 1.168 persone dedite all’accattonaggio, e di queste solo poche decine sono state poi trattate dal Ministero pubblico, anche perché chiaramente gli inquirenti hanno altre priorità». Dal primo luglio dunque agli accattoni potrà essere intimata una multa tra i 100 e i 300 franchi (e questo sarà un deterrente). Un deterrente che però, come ha spiegato Torrente, «non rappresenta il vero trucco per combattere il fenomeno». Il sistema migliore è infatti quello di andare ad attaccare direttamente gli incassi e, per farlo, sarà necessario l’aiuto della popolazione (ecco il perché dei manifesti, ideati dallo studio Mazzantini&Associati, che verranno affissi in città e i momenti di sensibilizzazione organizzati dalla polizia).
Sì al cibo, no al denaro
L’appello della polizia è semplice: «Non donare denaro per strada. Rischi solo di riempire le tasche di qualche organizzazione criminale». Molto meglio, se si vuole fare del bene, offrire cibo a un mendicante. «E a volte – ha sottolineato proprio l’ideatore della campagna Roberto Mazzantini – queste persone rifiutano il cibo. Proprio perché, se tornano al campo nomadi con dei panini invece che con dei soldi, rischiano perfino di prenderle».
«Aiutate chi li può aiutare»
Un panino invece del soldino, si diceva prima. E scopo della campagna di sensibilizzazione è anche quello di indirizzare in modo più mirato la generosità della popolazione. «Se si vuole aiutare – ha spiegato Bertini – lo si può fare efficacemente sostenendo associazioni che si occupano da anni di questi problemi, come per esempio il Centro Bethlehem o Antenna MayDay di Soccorso operaio». E proprio Fra Martino Dotta (del Centro Bethlehem) e Monica Marcionetti (di Antenna MayDay) erano presenti all’illustrazione della campagna.
«Il mio consiglio – ha sottolineato Marcionetti – è di non dare mai soldi. Se manifestano altre esigenze, per esempio mediche o anche solo il bisogno di una doccia o di pulire i loro vestiti, esiste una collaudata rete che funziona e che portiamo avanti da anni. Sono state fatte molte discussioni in Svizzera per capire se ci siano o meno, dietro all’accattonaggio, organizzazioni criminali. Io credo che non si debba generalizzare, ma il fenomeno esiste e basta sentire le testimonianze di chi è riuscito ad uscire da questo mondo per rendersi conto che anche un solo caso è comunque di troppo».

Relazione Presidenziale - Assemblea APCTi 2016

Scritto da Dimitri Bossalini - Presidente APCTi on .

Riforma epocale per una concreta polizia di prossimità

da 9 mesi è iniziato un cambiamento epocale per la sicurezza nel Canton Ticino. Non sono parole di circostanza ma è un dato di fatto ed ha ancora maggior valore se consideriamo gli ostacoli che si sono presentati sistematicamente per contrastare la realizzazione di questo progetto.

Penso in particolare all’ ultima decisione del GC del mese di giugno 2015 dove, dopo un lungo dibattito, il MG sulla proposta di studiare il concetto di polizia unica da concretizzare nel 2021, che sosteneva, di fatto, un’ennesima mozione del deputato Giorgio Galusero, è stato ritirato con l’obiettivo dichiarato di valutare uno scenario di polizia ticinese.
Per quanto mi riguarda, anzi per quanto riguarda il Comitato dell’ APCTi, questa riforma che prevede una chiara ripartizione dei compiti in ambito di sicurezza tra il Cantone e i Comuni è già, a tutti gli effetti, la riforma ideale di “polizia ticinese”.
Vi sono certamente delle possibilità di ottimizzazione, e di alcuni aspetti ne parlerò in seguito, ma la via tracciata è quella giusta e sono certo che potrà fungere da esempio per altri Cantoni, alcuni dei quali hanno concretizzato il concetto di polizia unica cantonale che ha già creato non pochi attriti tra i due livelli Istituzionali.

segnalare i radar mobili? Certi conducenti continuerebbero ad essere un pericolo per gli altri

Scritto da Andrea Manna, La Regione Ticino on .

Indicare la presenza anche dei radar mobili? «Avrebbe un effetto perverso – afferma perentorio Dimitri Bossalini –. Nel senso che l’automobilista o il motociclista indisciplinato continuerà ad andare a velocità sostenuta, ben al di sopra del limite consentito, perché tanto sa che ogni radar mobile è segnalato. Per cui in quel tratto ‘controllato’ di poche centinaia di metri rallenterà, dopodiché pigerà nuovamente sull’acceleratore. Questo conducente non verrà mai sanzionato e pertanto costituirà sempre un potenziale pericolo per la vita altrui». Contattato dalla ‘Regione’, il presidente dell’Associazione delle polizie comunali ticinesi (Apcti) boccia le proposte contenute nel rapporto uscito una decina di giorni fa dalla commissione parlamentare della Gestione. Redatto dal leghista Fabio Badasci sulla scorta della mozione (‘Radar mobili: più prevenzione, meno cassetta’) depositata nel 2014 dall’allora deputato dell’Udc al legislativo cantonale Marco Chiesa e dal popolare democratico Fiorenzo Dadò, il rapporto sarà discusso la prossima settimana dal plenum del Gran Consiglio. E tra le richieste avanzate dalla Gestione vi è appunto quella di “introdurre l’obbligo” sull’intero territorio ticinese di segnalare, come avviene già per i ‘fissi’, le postazioni di radar mobili: “200 metri prima”.

Il Comune, la sua polizia

Scritto da Paola Bagutti, Massagno on .

Cosa significa per un Comune garantire la sicurezza sul proprio territorio? Vegliare sull’ordine pubblico, avere compiti preventivi, dissuasivi e repressivi, lottare contro la delinquenza e la microcriminalità, gestire i disturbi legati alla vita quotidiana, essere visibili sul territorio ed essere conosciuti dalla popolazione, gestire, insieme ai competenti servizi comunali, tutte quelle problematiche legate all’aggressività nei rapporti sociali e famigliari con una partecipazione vigile e costante alla vita sociale che ci circonda. La polizia gestisce tutte quelle attività dirette ad assicurare un ordinato e pacifico svolgimento della vita sociale all’interno del suo territorio. Compiti questi riassumibili con il termine di capillarità cioè un’approfondita conoscenza delle particolarità territoriali e socioeconomiche del proprio comprensorio.