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POLIZIOTTO, MESTIERE GALEOTTO?

Giancarlo Dillena © Ticinonews

Insultati, aggrediti, denunciati: quella del poliziotto sta diventando una professione decisamente scomoda. Se mai «comoda» poteva essere definita in passato, quando bastava l'uniforme, con l'autorità che essa rappresentava, per ottenere rispetto e, in alcuni, incutere timore.

 

Già allora c'erano i turni irregolari, le notti sotto la pioggia battente, le tensioni con una «clientela» non sempre ben disposta. Per non parlare dei rischi quando dall'altra parte c'era qualcuno che impugnava una pistola. Ma c'era la consapevolezza di un ruolo riconosciuto dalla stragrande maggioranza della po- polazione. E anche apprezzato.

Oggi questo modo di guardare al poliziotto è cambiato. C'è indubbiamente chi lo fa ancora in chiave positiva. E sono in molti. Ma altri atteggiamenti si sono diffusi, più critici, diffidenti, a volte aperta- mente ostili. Si guarda all'uomo o alla donna in divisa come ad un potenziale avversario, qualcuno che è lì per impedire l'esercizio della mia libertà, per beccarmi in castagna, per reprimermi e multarmi. Salvo poi sollecitare il suo intervento quando di mezzo c'è un conflitto con il vicino che fa troppo rumore o con un automobilista che occupa abusivamente il parcheggio riservato. Un intervento che chi chiama vorrebbe immediato e radicale, nella convinzione che la prima funzione della polizia sia quella di «tutelare il cittadino»... leggi: difendere e affermare il mio buon diritto (che è sempre tale, soggettivamente) contro gli altri (che hanno torto per definizione). Siccome nella realtà ciò non sempre avviene, poiché la legge è uguale per tutti e chi la rappresenta non può schierarsi a priori da una parte, ecco che allora il sentimento ostile è ulteriormente alimentato.

 

Esso - lo sappiamo - viene da lontano e ha molte cause: dalla crisi generale del concetto di autorità ad una famiglia latitante, il cui ruolo di riferimento per i comportamenti giovanili è assunto dal branco; dalla sostituzione del senso di responsabilità individuale con un dedalo di norme che pretendono di regolare nei dettagli i rapporti sociali e finiscono col renderli più incerti, alla ossessiva pressione messa sugli utenti della strada nel nome di una «sicurezza» che somiglia sempre di più ad un ingabbiamento. Gli agenti, mandati avanti per applicare le regole decise da politici e burocrati o per parare le conseguenze delle carenze altrui, finiscono col diventare loro malgrado il muro di protezione contro cui vanno a sbattere disagi, frustrazioni e rancori di ogni tipo. Certo, c'è anche il problema degli eccessi da parte di qualche agente. Talvolta per arroganza, talaltra per esasperazione. Per questo occorre una vigilanza rigorosa e, quando l'abuso è accertato, una pronta e puntuale sanzione. Chi esercita quel «monopolio nell'uso legittimo della forza» (non «della violenza», come dice impropriamente qualcuno) che è prerogativa esclusiva dello Stato, in un ordina- mento democratico, non deve né può permettersi di perdere il controllo. Anche solo una malintesa tolleranza in questo ambito equivarrebbe a lasciare in giro delle vere e proprie bombe ad orologeria. Ma, per chi è in prima linea e quindi esposto inevitabilmente al rischio di sbandare, ciò implica anche e soprattutto la consapevolezza che, oltre al controllo, vi è un solido e puntuale sostegno su cui poter contare. Da parte in primo luogo della struttura da cui dipende, cioè il Corpo e lo Stato che sta dietro di esso; e poi da parte della popolazione, al cui servizio, alla fine, opera.

 

Per il primo aspetto vi sono stati degli indubbi miglioramenti, nei tempi recenti, dopo che in passato si è avuta talvolta l'impressione di carenze e qualche riprovevole latitanza da parte dei vertici. Per il secondo, il problema è più che mai aperto. E deve preoccupare tutti, poiché agenti desecurizzati possono diventare vittime di una duplice deriva: un passo indietro rinunciatario, nel timore di incorrere in un errore che diventa subito gravido di conseguenze; oppure un eccesso di zelo, che porta ad altri errori e rende più difficili i rapporti con i cittadini. Senza contare la demotivazione, che rischia di estendersi anche alle potenziali, indispensabili nuove leve. Il sottoscritto è un cittadino come gli altri. Quando vengo fermato sulla strada per un controllo e ci scappa una multa non abbraccio riconoscente l'agente che me l'ha affibiata. E se questo, magari stressato, mi rifila anche un predicozzo in un tono fuori posto, ne sono irritato. Ma, nonostante questo, continuo a guardare a quegli uomini e a quelle donne in uniforme come a gente che merita rispetto, considerazione e anche simpatia. Perché fa un lavoro difficile, faticoso, rischioso. E, per le cose veramente importanti, sta dalla mia parte.

 

 

Giancarlo Dillena

CdT

25 Febbraio 2013

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